
Il regista Sam Davis ha passato un anno a scorrere TikTok e YouTube cercando voci che non si potessero fingere. Non attori, non professionisti levigati: persone con qualcosa di reale dietro la voce. Ha trovato un soul singer di New York diventato virale con Unchained Melody, un vincitore australiano di The Voice, un busker di New Orleans, un’insegnante di opera dell’Oklahoma, un’icona del folk-blues di settant’anni. Li ha messi tutti in un bar, ha acceso la macchina da presa in 35mm e ha registrato tutto dal vivo, senza riprese in post-produzione. Quello che si sente nel film è esattamente quello che è successo nella stanza. Il risultato — The Singers — ha vinto 35 premi in 50 festival, è passato per il SXSW, ed è ora candidato all’Oscar come Miglior Cortometraggio Live Action. È arrivato su Netflix il 13 febbraio. Nessuno ne parla.
Il cortometraggio Netflix candidato all’Oscar è tratto da un racconto di Ivan Turgenev del 1852 — quasi duecento anni fa — e lo sposta in un’ambientazione americana contemporanea, in un bar dove un improvvisato confronto tra cantanti diventa qualcosa di difficile da definire. The Singers dura appena diciotto minuti. La critica lo ha descritto come un’opera dalla cruda autenticità, proprio perché i performer non sono attori: sono persone che si espongono senza rete, con la voce come unico strumento. La domanda che resta, dopo la visione, riguarda tutto quello che accade quando quella bolla di complicità si rompe e la luce del giorno torna a filtrare.

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Un film nato da un anno di ricerca tra i video virali
La scelta di Davis di girare in pellicola 35mm non è estetica: è una dichiarazione di metodo. Nessun ritocco, nessuna correzione in post, nessuna seconda possibilità per i performer. Ogni imperfezione rimane. Le voci rauche, le mani che tremano, gli sguardi esitanti — tutto quello che una produzione convenzionale avrebbe levigato — qui diventa il materiale stesso del film. È questa coerenza tra forma e contenuto che ha colpito le giurie di mezzo mondo, da SXSW in poi.
L’ambientazione — un bar fumoso, luci basse, l’aria che sembra quasi tangibile — trasforma uno spazio ordinario in qualcosa di sospeso. The Singers non racconta una storia nel senso tradizionale: costruisce un’atmosfera in cui persone diverse, con vite diverse, trovano per un momento un linguaggio comune. Il fatto che il film sia tratto da Turgenev lo rende ancora più curioso: una storia dell’Ottocento russo che, reimmaginata in un dive bar americano, dice qualcosa di preciso sul presente.

The Singers – Netflix: la nostra recensione
The Singers colpisce per la sua cruda autenticità. I performer non sono attori: sono persone che si espongono senza rete, con la voce come unico strumento. Ogni imperfezione — la voce rauca, lo sguardo esitante, le mani che tremano — diventa il materiale stesso del film. Il bar fumoso, le luci basse, l’aria quasi tangibile trasformano uno spazio ordinario in qualcosa di sospeso fuori dal tempo: un luogo dove le maschere cadono e le persone si ritrovano, per un momento, più vicine a quello che sono davvero. C’è qualcosa di quasi neorealistico nello sguardo di Davis sui suoi protagonisti — facce vissute, gesti non costruiti, una presenza fisica che nessuna recitazione avrebbe potuto replicare.
Un semplice confronto tra cantanti si trasforma in una breve comunione tra estranei, in cui ogni esibizione — per tono, scelta del brano, modo di stare al microfono — rivela un mondo emotivo completamente diverso. L’arte, qui, funziona come scudo e come confessione allo stesso tempo: permette a chi canta di esporre qualcosa di vero restando comunque protetto dalla forma di una performance. Quello che resta, alla fine dei diciotto minuti, è la domanda su cosa succede quando quella bolla di complicità si rompe e ognuno torna alla propria vita fuori dal bar. Trovi la mia recensione completa su Streamingmania.
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Trailer
Il trailer ufficiale è qui sotto.

