
28 milioni di italiani guardavano il suo programma ogni venerdì sera. Il 17 giugno 1983, alle 4:30 del mattino, due carabinieri entrarono nella sua stanza d’albergo a Roma e lo portarono via in manette. Le accuse erano gravissime: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. L’intero impianto accusatorio si reggeva su 19 pentiti, senza un solo riscontro materiale — nessun assegno, nessuna intercettazione, nessun pedinamento. Enzo Tortora fu condannato a 10 anni, poi assolto con formula piena. Morì nel 1988 a 59 anni, con il corpo devastato da sette mesi di carcere e cinque anni di calvario processuale. Quarantatré anni dopo, Marco Bellocchio trasforma quella storia in una miniserie HBO, e l’Italia si ritrova a fare i conti — ancora — con le stesse domande irrisolte.
Portobello — sei episodi, un nuovo capitolo della filmografia di Bellocchio dedicata ai traumi della Repubblica italiana — è disponibile su HBO Max dal 20 febbraio 2026, con un episodio ogni venerdì. È la prima produzione originale italiana di HBO Max, lanciato in Italia il 13 gennaio 2026. La sceneggiatura è firmata con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore; la fotografia è di Francesco Di Giacomo, la colonna sonora di Teho Teardo. Nel ruolo di Tortora c’è Fabrizio Gifuni — già Aldo Moro in Esterno notte dello stesso Bellocchio, già David di Donatello 2023 — che ha dichiarato: “Enzo Tortora come Aldo Moro: traditi e abbandonati dal proprio Paese e dallo Stato.” La serie è uscita mentre l’Italia si prepara a votare un referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma Bellocchio ha preso le distanze dal collegamento diretto.

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Arrestato per un nome scritto male su un’agenda
La notte del 17 giugno 1983, Tortora fu tra gli 857 arrestati nel maxi-blitz contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Di quei nomi, 144 risultarono poi omonimi di effettivi indagati. Il trasferimento a Regina Coeli venne ritardato fino a tarda mattinata per garantire la presenza di fotografi e telecamere. Quelle immagini — il volto più noto della televisione italiana in manette, davanti agli obiettivi — divennero il simbolo della gogna mediatica.
Il principale accusatore era Giovanni Pandico, detto ‘o pazzo, descritto dalle perizie psichiatriche come soggetto “paranoide, schizoide, con personalità aggressiva condizionata da megalomania”. Pandico aveva una motivazione personale: aveva spedito dei centrini fatti a mano dal carcere per la vendita all’asta nel programma, la produzione li aveva smarriti, Tortora gli aveva scritto scusandosi e inviato un assegno da 800.000 lire. Non bastò. Diventato collaboratore di giustizia, lo inserì nella lista dei presunti affiliati NCO. Un secondo pentito sosteneva di averlo incontrato in discoteche milanesi — luoghi che Tortora notoriamente non frequentava. La sola prova “materiale” era un’agenda trovata in casa di un camorrista con scritto quello che sembrava “Tortora” accanto a un numero di telefono: un’analisi calligrafica dimostrò che il nome era “Tortona”, e il numero apparteneva a un venditore di bibite di Salerno.

Il processo di primo grado si aprì il 4 febbraio 1985 al Tribunale di Napoli. Dopo 67 udienze, il 17 settembre 1985 arrivò la condanna: 10 anni di reclusione e 50 milioni di lire di multa. Prima della sentenza, Tortora disse: “Io sono innocente. Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi.” Nel giugno 1984 era stato eletto al Parlamento Europeo con il Partito Radicale con 485.000 preferenze.
Dopo la condanna, si dimise rinunciando all’immunità, e il 29 dicembre 1985 si consegnò in Piazza Duomo a Milano davanti a migliaia di persone. L’appello smontò sistematicamente l’accusa: molti pentiti ritrattarono, ammettendo di aver mentito per ottenere sconti di pena. Il 15 settembre 1986, la Corte d’Appello di Napoli pronunciò l’assoluzione con formula piena. La Cassazione confermò il 13 giugno 1987. Il 20 febbraio 1987, Tortora tornò in televisione. Disse: “Dunque, dove eravamo rimasti?” E aggiunse: “Io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi.” Morì il 18 maggio 1988, stroncato da un cancro ai polmoni. L’urna con le sue ceneri reca l’iscrizione: “Che non sia un’illusione.” Nessuno dei magistrati coinvolti subì conseguenze professionali.
Bellocchio, Gifuni e il loro metodo: come raccontare un incubo italiano
Marco Bellocchio, 86 anni, Palma d’Oro onoraria a Cannes 2021 e Leone d’Oro alla carriera a Venezia 2011, ha dedicato gli ultimi anni della sua filmografia ai traumi irrisolti della Repubblica: il rapimento Moro (Buongiorno, notte, 2003; Esterno notte, 2022), Buscetta e la mafia (Il traditore, 2019), il caso Mortara (Rapito, 2023). Portobello completa questo arco. Il progetto nasce dalla lettura di Lettere a Francesca, le lettere scritte da Tortora dal carcere alla compagna Francesca Scopelliti.

Bellocchio ha ammesso: “Se lo hanno arrestato, qualcosa avrà fatto” — confessando di aver pensato esattamente ciò che pensarono milioni di italiani nel 1983. Poi ha aggiunto la chiave interpretativa: “La sua disgrazia è che era antipatico.” I primi due episodi sono stati presentati Fuori Concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia il 1° settembre 2025, prima di viaggiare ai festival di Toronto e Busan.
Le prime recensioni
Fabrizio Gifuni ha costruito la sua interpretazione lavorando con Bellocchio fin dalla fase di sceneggiatura. Ha parlato della “gioia barbarica” del pubblico nel vedere cadere un uomo famoso — un meccanismo che oggi si replica sui social. Le riprese in carceri dismesse gli hanno lasciato il segno: “La memoria dei luoghi è stata potente.” La critica è stata quasi unanime: Deadline parla di “presenza ipnotica e costantemente avvincente”, IndieWire definisce la serie “potente, mordacemente divertente e ferocemente cinica”, Movieplayer usa la parola “kafkiana”. Su Metacritic il punteggio è 78/100.
Il cast
Accanto a Gifuni, Lino Musella nei panni di Pandico è definito “agghiacciante”; il cast include Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano (Francesca Scopelliti), già vista in C’è ancora domani, Alessandro Preziosi (il giudice Fontana), Gianfranco Gallo (Cutolo), nel cast anche de L’Ombra di Caravaggio, Tommaso Ragno (Marco Pannella) e Valeria Marini (Moira Orfei). La colonna sonora originale di Teho Teardo — David di Donatello per Il Divo di Paolo Sorrentino — è uscita l’8 marzo 2026 con 12 composizioni per CAM Sugar e Our Films. Atmosfere claustrofobiche, elettronica stratificata su archi, isolamento progressivo.

Una miniserie più attuale che mai
La data di lancio non è una coincidenza, dunque: il 20 febbraio 2026 è esattamente il giorno in cui, trentanove anni prima, Tortora pronunciò il suo, già citato, “Dove eravamo rimasti?“. E mentre gli episodi escono settimana dopo settimana, l’Italia si prepara al referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Un Comitato cittadini per il Sì è stato costituito nel nome di Tortora, presieduto da Francesca Scopelliti, con conferenza stampa inaugurale davanti all’Hotel Plaza di Roma — lo stesso hotel da cui fu portato via in manette nel 1983. Dal 1991 al 2022, l’Italia ha registrato 222 casi accertati di errore giudiziario — circa 1.000 ingiuste detenzioni l’anno, una ogni otto ore. Bellocchio, tuttavia, ha ribadito che la serie non ha nulla a che fare con il referendum.
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