
La quarta stagione di Monster – che, come prevedibile, è già la più vista in Italia – conferma quanto sia difficile per la serie antologica di Ryan Murphy e Ian Brennan confrontarsi con l’ombra ingombrante di Dahmer. La storia di Lizzie Borden non raggiunge la compattezza e la forza disturbante della prima stagione, ma rappresenta comunque un capitolo interessante, capace di trovare una propria identità soprattutto nella messa in scena, nelle atmosfere e in alcune scelte stilistiche decisamente riuscite.

Dopo la storia di Jeffrey Dahmer, dei fratelli Menendez e di Ed Gein, Monster torna a interrogarsi ancora una volta sulla costruzione del “mostro”, spostandosi questa volta nell’America di fine Ottocento. Al centro c’è Lizzie Borden, interpretata da Ella Beatty, e uno dei casi di cronaca nera più celebri della storia americana: gli omicidi del padre Andrew e della matrigna Abby.
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Come accaduto nelle stagioni precedenti, Ryan Murphy e Ian Brennan non sembrano interessati a realizzare una ricostruzione documentaristica. La vicenda reale diventa piuttosto il punto di partenza per esplorare ipotesi, suggestioni e interpretazioni, mescolando cronaca e finzione. Una scelta ormai connaturata a Monster e che anche stavolta produce risultati alterni, ma non privi di fascino. Una stagione talvolta imperfetta, dunque, ma comunque assai interessante.
Lizzie Borden non è sempre al centro della sua storia
Il limite più evidente della stagione riguarda proprio Lizzie. Per essere il personaggio che dà il titolo all’intero ciclo, sorprende quanto spesso la protagonista venga lasciata ai margini. In alcuni episodi il racconto preferisce seguire altri personaggi e altre prospettive, riducendo inevitabilmente la possibilità di penetrare davvero nella sua psicologia. A conquistare molto spazio è soprattutto Bridget/Maggie, la domestica della famiglia Borden interpretata da Vicky Krieps, legata a Lizzie da un rapporto fondamentale per lo sviluppo della storia. È una scelta che permette alla serie di allargare il proprio sguardo, ma finisce anche per sottrarre qualcosa al mistero della protagonista.
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Ed è proprio qui che questa stagione si allontana maggiormente da Dahmer. Se allora l’orrore nasceva anche dall’impossibilità di distogliere lo sguardo dal protagonista, qui Lizzie rimane più sfuggente, talvolta persino troppo. Le sue motivazioni vengono delineate abbastanza presto e la sceneggiatura rinuncia in parte a quell’ambiguità psicologica che avrebbe potuto rendere il personaggio ancora più inquietante. Non significa però che il racconto sia privo di tensione. Semplicemente, Monster 4 sceglie una strada differente: meno immersione nella mente dell’assassino e maggiore attenzione al contesto sociale che circonda la vicenda.
Una rilettura moderna
È proprio questo secondo livello a rappresentare contemporaneamente uno degli elementi più interessanti e più controversi della stagione. La serie utilizza Lizzie Borden per raccontare anche la condizione femminile, le convenzioni sociali e le costrizioni imposte alle donne nell’America dell’Ottocento. Il tema è potente e trova diversi momenti efficaci, ma talvolta la sceneggiatura insiste troppo nel guidare lo spettatore verso una determinata interpretazione. Il rischio è quello di trasformare progressivamente Lizzie da figura inquietante e ambigua a simbolo di ribellione, attenuando proprio quella zona grigia morale sulla quale Monster potrebbe costruire le sue pagine migliori.

È un equilibrio complicato: comprendere il contesto in cui nasce la violenza senza trasformarne automaticamente l’autore in una figura da assolvere. La quarta stagione non sempre riesce a mantenere perfettamente questa distanza, ma il tentativo di leggere il caso Borden attraverso una prospettiva più ampia offre comunque al racconto una dimensione diversa dal semplice true crime. Ed è probabilmente qui che La storia di Lizzie Borden divide maggiormente: chi cerca soprattutto il lato macabro e psicologico delle prime stagioni potrebbe trovare questa impostazione meno incisiva; chi invece apprezza il gusto di Murphy per la reinterpretazione e la provocazione troverà parecchio materiale interessante.

La casa dei Borden diventa un palcoscenico
Dove la stagione convince maggiormente è nella messa in scena. Le sequenze ambientate nella casa Borden possiedono quasi la struttura di una rappresentazione teatrale: le porte sembrano sipari, gli ingressi e le uscite dei personaggi vengono coreografati con precisione e persino la recitazione volutamente sopra le righe contribuisce alla sensazione di assistere a uno spettacolo oscuro e grottesco. A questo si aggiungono dialoghi volutamente enfatici, improvvise incursioni nell’umorismo nero, a tratti farsesco. Una combinazione insolita per una storia tanto cupa, ma proprio per questo capace di conferire alla stagione una personalità visiva riconoscibile. Quando poi Monster decide di mostrare la violenza, ritrova immediatamente parte della propria forza. Le sequenze degli omicidi sono costruite con attenzione e conservano quella capacità della serie di mescolare orrore, tensione e spettacolarizzazione senza trasformarsi semplicemente in una successione di immagini sanguinose. Particolarmente riuscita è la gestione dell’omicidio di Andrew, dove la serie introduce persino una sfumatura quasi soprannaturale che conferisce alla scena un peso emotivo inatteso.

Perché vale la pena guardare Monster: La storia di Lizzie Borden
La storia di Lizzie Borden non è il ritorno ai livelli di Dahmer, ma sarebbe ingeneroso liquidarla come un’altra occasione mancata. La quarta stagione continua a mostrare alcuni problemi ormai ricorrenti di Monster: una narrazione non sempre compatta, deviazioni che sottraggono spazio alla protagonista e la tendenza a esplicitare troppo alcuni dei propri messaggi. Allo stesso tempo, però, possiede idee che funzionano. La componente teatrale, l’atmosfera della casa Borden, alcune interpretazioni e una messa in scena spesso ricercata restituiscono alla serie una parte di quella personalità che nelle ultime stagioni sembrava essersi appannata.

Il vero rimpianto è forse un altro: Lizzie Borden avrebbe potuto essere ancora più inquietante, ambigua e indecifrabile. La serie preferisce invece provare a spiegarla e contestualizzarla. Non sempre questa scelta paga, ma quando Monster smette di spiegare e torna semplicemente a mettere lo spettatore davanti all’orrore, dimostra che il cuore oscuro della serie di Murphy e Brennan continua a battere. Non siamo ai vertici di Dahmer, dunque, ma neppure davanti a una stagione priva di interesse: questa Lizzie Borden ha difetti evidenti, qualche forzatura e diverse occasioni sprecate, ma anche abbastanza stile e intuizioni da meritare attenzione.

