
Alla fine il dato più netto della notte degli Oscar non è stato il numero delle candidature, ma il modo in cui si è ribaltato il pronostico. Una battaglia dopo l’altra ha ottenuto il premio per il Miglior film, imponendosi su I peccatori, che arrivava alla 98ª edizione degli Academy Awards con 16 nomination, il dato più alto della stagione. Il risultato ha confermato un consenso che il film aveva già costruito fuori dal circuito dei premi, ma che qui assume un peso diverso perché coincide anche con il riconoscimento alla regia e alla sceneggiatura non originale.
Per Paul Thomas Anderson è il passaggio che mancava: dopo anni di candidature e film rimasti ai margini del premio principale, questa volta il centro della serata è stato occupato dal suo cinema. E il fatto che accada con un film così irregolare, difficile da ricondurre a un solo genere, spiega meglio di molti discorsi il senso della vittoria.
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In Una battaglia dopo l’altra il conflitto politico resta sempre intrecciato a una tensione più privata: il racconto segue personaggi che sembrano muoversi dentro una rivoluzione già consumata, dove il vero margine d’azione non coincide più con lo scontro frontale ma con ciò che resta nei rapporti quotidiani. Il film evita di costruire una traiettoria lineare e lavora piuttosto su frammenti, deviazioni, collisioni improvvise. Quello che emerge è una storia in cui ogni gesto sembra avvenire dopo qualcosa di già perduto, mentre il presente continua a chiedere una forma di scelta. Anderson costruisce un racconto attraversato da eredità politiche irrisolte, tradimenti e identità in conflitto, facendo muovere i personaggi tra estremismi contrapposti, apparati militari compromessi e reti suprematiste clandestine.
Il film che tiene insieme registri diversi
Uno degli elementi che ha reso Una battaglia dopo l’altra centrale nella stagione è il modo in cui Anderson tiene insieme registri apparentemente incompatibili. L’impianto visivo passa dall’action al western urbano, poi devia verso una commedia quasi grottesca senza mai stabilizzarsi davvero. La colonna sonora di Jonny Greenwood accompagna questo movimento senza imporre una lettura univoca, lasciando che il film mantenga una continua instabilità.
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L’inseguimento automobilistico, già indicato da molti osservatori come una delle sequenze più rilevanti dell’anno, sintetizza bene questo metodo: lo spazio si restringe, il paesaggio si deforma nel calore, la velocità non produce liberazione ma una sensazione progressiva di chiusura. Anderson usa il movimento non come spettacolo puro, ma come compressione narrativa.
Dove il film si distingue rispetto agli altri candidati
Se I peccatori lavorava sulla potenza del dispositivo narrativo e sulla forza di un impianto più immediatamente leggibile, Una battaglia dopo l’altra ha seguito la direzione opposta: meno compattezza, più attrito interno. La star indiscussa era Leonardo DiCaprio, che però non ha vinto come Miglior attore protagonista (riconoscimento che è andato a Michael B. Jordan), ma la particolarità del film è proprio che i personaggi secondari entrano nella storia come elementi di frizione e non di supporto: ciò è ben rappresentato da una delle sei statuette conquistate: quella del Miglior attore non protagonista, andata a Sean Penn.
Il terzo Oscar di Sean Penn
Nel film di Paul Thomas Anderson, Penn interpreta il colonnello Steven J. Lockjaw, un personaggio ambiguo e provocatorio: un nazionalista bianco coinvolto in una relazione con una rivoluzionaria nera, un ruolo costruito su contraddizioni politiche e morali. La sua interpretazione è stata molto lodata per la capacità di tenere insieme tensione drammatica e una vena quasi satirica, perfettamente in linea con il tono del film. Curiosamente, Penn non era presente alla cerimonia: il premio è stato ritirato simbolicamente dal presentatore, con una battuta sul fatto che “non poteva essere qui… o forse non voleva”.

Prima di questo premio, Penn aveva già vinto due volte l’Oscar come miglior attore protagonista: 2004 – Mystic River (Clint Eastwood); 2009 – Milk (Gus Van Sant), dove interpretava l’attivista Harvey Milk. Con tre Oscar entra in un gruppo molto ristretto di attori premiati più volte dall’Academy.
Le sei statuette conquistate
Il film ha trionfato nelle seguenti categorie: Miglior film; Miglior regia – Paul Thomas Anderson; Miglior sceneggiatura non originale – Paul Thomas Anderson; Miglior montaggio – Andy Jurgensen; Miglior casting (categoria introdotta per la prima volta proprio quest’anno) – Cassandra Kulukundis; Miglior attore non protagonista – Sean Penn.

