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Perché dobbiamo (ri)vedere Parthenope di Sorrentino su Netflix: la nostra recensione

03/04/2025 18:33 - Ultimo aggiornamento 03/04/2025 18:37
recensione parthenope

Recensione Parthenope – Napoli è carne, è sangue, è miracolo. Paolo Sorrentino la conosce, la possiede e la trasforma in cinema puro. Parthenope non è solo la storia di una ragazza. È la storia della bellezza, della giovinezza che brucia, del desiderio che si mescola alla Fede, della città che avvolge e poi divora. Un film che è una potente allegoria; una città che assurge a simbolo e si fa essa stessa protagonista. La cifra stilistica di Sorrentino si conferma la provocazione che non è nuda, ma è vestita di simboli. Al centro della pellicola, c’è lei: Parthenope, interpretata da Celeste Della Porta.

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Un corpo perfetto, un volto che incanta, un mistero che nessuno può davvero risolvere. Gli uomini la guardano, la bramano, la studiano. Gli uomini che la circondano sono ricchi (o presunti tali) e vogliono solo possedere la sua bellezza come se comprassero un bene di lusso non alla portata di tutti.

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Ma Parthenope sa perfettamente cosa vuole, “comprende tutte le sfumature“, a dispetto di quel che dice: rifiuta le proposte indecenti perché “il desiderio è un mistero e il sesso il suo funerale”, tant’è che alla fine si concede a Sandrino (Dario Aita), che la ama da sempre. Un evento che spinge il fratello Raimondo, ragazzo emotivamente fragile, a togliersi la vita. 

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Napoli è un amplesso tra la vita e la morte

Il lutto che divora la sua famiglia, spinge Parthenope a trovare la sua dimensione all’università, a nutrirsi di studio. “Donne non si nasce, si diventa”, scriveva Simone De Beauvoir. E Parthenope si fa donna nel momento in cui decide in autonomia il suo percorso attraverso il sostegno dell’unico uomo che non approfitta della sua irresistibile bellezza, il caro professore Marotta, interpretato da Silvio Orlando, che incarna la borghesia napoletana disillusa. L’antropologia è vedere e al tempo stesso è difficilissimo vedere perché è l’ultima cosa che si impara quando inizia a mancare tutto il resto“, le dice nelle battute conclusive del film.

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Una riflessione che in filigrana è un invito a vivere il presente. Anche lo scrittore americano John Cheever, a cui dà il volto Gary Oldman, in un vicolo buio a Capri, con disincanto sussurra a Parthenope, una frase memorabile: “Non voglio rubare neanche un momento della tua giovinezza“. 
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La (controversa) scena del Tesoro di San Gennaro

C’è una scena però che racchiude tutto il film ed è quella del Tesoro di San Gennaro. La più chiacchierata, discussa, quella che ha fatto storcere il naso ai ben pensanti. L’oro, i rubini, le pietre preziose brillano nel silenzio sacro della cappella. Parthenope è lì, immersa in questa luce divina. Tuttavia, quella bellezza non la protegge: anzi la espone. Il sacro e il profano così si sfiorano. C’è desiderio in quella santità, c’è peccato in quella devozione. E non c’è scandalo, perché Napoli è sempre stata così: un letto disfatto sotto un soffitto magnificamente affrescato, un’ostia posata su labbra che sanno ancora di bacio. L’arte cristiana da un lato e il corpo di Parthenope dall’altro sono fatti della stessa materia: incantano, soggiogano, chiedono adorazione.

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“La grande fusione”

Il cardinale Tesorone è interpretato da Peppe Lanzetta, che è stato capace di dare peso e ruvidezza ad un seduttore, ad uomo che ha già visto tutto. Lo si potrebbe definire il vero testimone della storia, colui che sa che Napoli in fondo non è destinata a cambiare, le sirene cantano sempre la stessa canzone e gli uomini continuano ad illudersi di poterle possedere. Ma è anche la Napoli degli anni Settanta, dove dominano al centro storico le famiglie criminali che celebrano un’incredibile alleanza che chiamano “La grande fusione“ con un accoppiamento tribale, raccontato nell’unica chiave possibile per non scadere nel volgare: quella surreale, onirica.

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La vertigine della gioventù

In maniera dissacratoria, ma anche disperata e romantica, nel suo decimo film Sorrentino sembra aver voluto esprimere in immagini cosa sia la vertigine della gioventù quando si lascia guidare dalla massima espressione di libertà. Durante una proiezione a Palermo, rispondendo ad un ragazzo, il regista ha detto a proposito della protagonista: “C’è molto di Elisa della Grande bellezza in lei”. Tant’è che questo film all’inizio doveva intitolarsi “L’apparato umano” ed essere il contenuto del romanzo di Jep Gambardella, “poi mi è sembrata un po’ una cretinata di autocitazione e non se ne è fatto nulla. Ma è vero, in pratica sono la stessa persona

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Le parole di Paolo Sorrentino sul suo decimo film

Non è stato facile completare Parthenope, il regista l’ha ammesso: “Ci sono voluti 4-5 anni perché non riuscivo a trovare una chiave che mi soddisfacesse nella scrittura, era molto complesso. Scrivevo sempre le prime 10-12 scene e poi abbandonavo. Avevo una quantità enorme di cose che mi divertivano, tanto che a un certo punto ho pensato di fare tre film: uno sulla gioventù, una sull’età di mezzo, uno sulla vecchiaia, ma conoscendomi ho pensato ‘mi annoierò prima di finirli e quindi non arriverò a farli tutti e tre, meglio che ne faccia uno solo’” .

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“Era già tutto previsto” di Cocciante avvolge tutto il film

Ad avvolgere il film infine la voce di Riccardo Cocciante. Era già tutto previsto” è una frase che è una sentenza. Il destino era scritto, il tempo è un debito che prima o poi si paga. La giovinezza svanisce, la bellezza si dissolve, Napoli però resta. Parthenope lo capirà, ma troppo tardi. Noi lo capiamo sempre troppo tardi. Il meraviglioso brano “fa parte di una serie di canzoni dalle quali sono ossessionato e che provo a mettere in tutti i film. Avevo provato a inserirla negli altri, ma non funzionava, invece qui ha avuto la sua giusta collocazione”, ancora nelle parole di Paolo Sorrentino.

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Perché non è solo un film?

Perché (ri)vedere Parthenope su Netflix, dunque? Perché non è solo un film, è un’esperienza. Perché è Napoli come non l’avete mai vista. Perché Sorrentino filma la bellezza come un atto di devozione, come un amplesso tra la vita e la morte. L’abisso e il sublime, l’eterno e il fugace, il piacere e il dolore. “Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto”, recita l’esergo della pellicola, una frase che Sorrentino ha preso in prestito del francese Louis-Ferdinand Céline. Un’epigrafe che parla non solo dell’esistenza in sé, ma di ciò che il cinema intimamente è – o dovrebbe essere.