
La notizia della cancellazione di Mindhunter è stata una delle più dolorose e incomprensibili dell’era dello streaming. Il crime drama prodotto e diretto da David Fincher si è fermato dopo appena due stagioni, nonostante avesse costruito un pubblico particolarmente affezionato e un’identità narrativa difficilmente confondibile con quella di altre produzioni del genere. Al centro della storia ci sono due agenti dell’FBI che, sul finire degli anni Settanta, iniziano a confrontarsi direttamente con alcuni serial killer detenuti nel tentativo di comprenderne comportamenti, motivazioni e schemi mentali. Un lavoro destinato a contribuire allo sviluppo delle moderne tecniche di profilazione criminale, ma anche a lasciare conseguenze profonde sulla vita privata e professionale dei protagonisti.

Per anni, tuttavia, attorno alla mancata prosecuzione della serie è rimasta una certa ambiguità. Mindhunter non ha mai ricevuto una vera e propria cancellazione nelle forme tradizionali e le diverse ricostruzioni emerse nel tempo non sempre hanno coinciso. Ora a tornare sull’argomento è Ted Sarandos, amministratore delegato di Netflix, che durante un evento organizzato da The Indian Express ha fornito la propria versione di quanto accaduto.
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Perché Mindhunter si è fermata dopo la seconda stagione?
Per capire la vicenda bisogna tornare all’autunno del 2019, poco dopo l’arrivo della seconda stagione. Il progetto di una possibile terza stagione del true crime venne congelato a tempo indeterminato, permettendo a Fincher di concentrarsi su altri lavori. Tra questi c’era soprattutto Mank, il film che il regista avrebbe successivamente realizzato proprio per Netflix.

Quella che inizialmente poteva apparire come una lunga pausa cominciò però ad assumere un significato diverso con il trascorrere dei mesi. All’inizio del 2020 gli attori furono liberati dai rispettivi contratti, un segnale tutt’altro che incoraggiante per chi sperava di rivedere presto la squadra al lavoro. Netflix non chiuse comunque definitivamente la porta: nell’ottobre dello stesso anno un portavoce lasciò intendere che un ritorno sarebbe potuto avvenire anche molti anni più tardi. Quella possibilità, almeno fino a oggi, non si è concretizzata.
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Una della ragioni che maggiormente accrescono lo stupore, dinanzi alla cancellazione della serie da parte di Netflix, è l’indiscusso successo che ha ottenuto: addirittura, sul sito di recensioni Rotten Tomatoes registra il 97% di gradimento. Quelle raccontate sono tutte storie vere, infatti la serie trae ispirazione dal libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (pubblicato in Italia da Tea, 2021, 224 pagine) scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas. Jonathan Groff veste i panni dello stesso Douglas.

Nel frattempo sono emersi diversi elementi che hanno contribuito a spiegare la complessità della produzione. Fincher aveva parlato apertamente del difficile rapporto tra gli elevati costi della serie e il pubblico raggiunto, ma dietro le quinte sarebbero esistite anche altre difficoltà. Tra queste, i cambiamenti nella gestione creativa, la riscrittura di una parte considerevole della seconda stagione e soprattutto il livello di coinvolgimento richiesto allo stesso Fincher.

Il regista, infatti, seguiva Mindhunter in maniera estremamente approfondita anche negli episodi che non dirigeva personalmente. Un metodo di lavoro che garantiva alla serie la sua particolare precisione stilistica, ma che allo stesso tempo comportava un impegno enorme e, come Fincher stesso ha riconosciuto, particolarmente logorante. Nel 2023 il regista sembrò comunque individuare soprattutto in una questione economica la ragione dello stop. In un’intervista al Journal du Dimanche spiegò di essere molto orgoglioso delle prime due stagioni, sottolineando però come Mindhunter fosse una produzione particolarmente costosa e come, dal punto di vista di Netflix, il pubblico ottenuto non fosse sufficiente a giustificare un investimento analogo per un terzo capitolo. Una ricostruzione che sembrava quindi attribuire alla piattaforma un ruolo decisivo nella mancata prosecuzione.

Ted Sarandos racconta una versione diversa
Le recenti dichiarazioni di Ted Sarandos introducono però una prospettiva almeno in parte differente. Secondo il dirigente, infatti, una terza stagione di Mindhunter rientrava nei programmi di Netflix. Il problema sarebbe stato soprattutto legato agli impegni di Fincher, che in quel periodo era concentrato sulla realizzazione di un film. Sarandos ha ricordato quanto il regista sia un autore estremamente meticoloso, spiegando sostanzialmente che Fincher non avrebbe potuto dedicarsi contemporaneamente a due progetti senza rischiare di sacrificare la qualità di uno dei due.

Rimane inevitabilmente una domanda: se Netflix era realmente intenzionata a proseguire, perché il progetto non è stato recuperato una volta terminati gli altri impegni del regista? Una possibile spiegazione riguarda proprio il tempo trascorso. Dopo aver liberato gli interpreti dai contratti, ricomporre lo stesso cast e la medesima squadra produttiva sarebbe potuto diventare progressivamente più complicato. La vicenda sembra dunque essere stata il risultato di diversi fattori sovrapposti, più che di una singola decisione.

Costi elevati, risultati considerati insufficienti rispetto all’investimento, enorme impegno creativo richiesto a Fincher e successivi problemi organizzativi potrebbero aver contribuito insieme alla fine del progetto. Una cosa, però, appare chiara: lo stop di Mindhunter non ha compromesso il rapporto tra David Fincher e Netflix. La collaborazione tra il regista e la piattaforma è proseguita negli anni successivi e Fincher ha diretto anche Le avventure di Cliff Booth, progetto scritto da Quentin Tarantino e legato all’universo di C’era una volta… a Hollywood, la cui uscita è prevista per il 23 dicembre, dopo il passaggio nelle sale cinematografiche.
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