
Ci sono serie che raccontano il presente e altre che, con inquietante precisione, sembrano anticiparlo. Borgen – Il potere appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Nel 2022, l’ultima delle tre stagioni della serie danese metteva la Groenlandia al centro di una partita geopolitica globale, immaginando pressioni incrociate di Stati Uniti, Russia e Cina su un territorio strategico e fragile, con la Danimarca schiacciata tra potenze ben più grandi di lei. Oggi, quella trama appare meno come una speculazione televisiva e più come un riflesso deformante – ma lucidissimo – della realtà internazionale.
A meno che non viviate su Marte, sapete bene che la Groenlandia, oggi, si trova al centro dello scacchiere internazionale. È in questo contesto che Borgen torna a far parlare di sé, perché la serie di genere thriller politico aveva già raccontato quanto l’isola artica potesse diventare un nodo cruciale degli equilibri globali, soprattutto dopo la scoperta – nella narrazione – di un enorme giacimento di petrolio facilmente sfruttabile.
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Borgen – Il potere, una serie TV profetica
Nella serie TV, la carriera della ministra degli esteri Birgitte Nyborg, interpretata da Sidse Babett Knudsen, è in pericolo quando una disputa sul petrolio in Groenlandia minaccia di diventare una crisi internazionale. La serie danese dimostra come il potere possa nascere dalla manipolazione, dalla menzogna, dall’ipocrisia, dalla disonestà, anche nel modello democratico-corporativo dell’Europa settentrionale. E può impossessarsi addirittura di una donna, laddove il potere viene spesso considerato unico appannaggio del sesso maschile. La protagonista di questa serie, infatti, Birgitte Nyborg, si fa strada nel mondo politico danese per le sue qualità comunicative (l’articolo prosegue dopo il trailer di Borgen).
A firmare questa intuizione – quella che si definisce una self fulfilling prophecy – è Adam Price, creatore della serie, che in una recente intervista a Reuters ha ammesso come, solo pochi anni fa, una trama simile sarebbe sembrata eccessiva, quasi irrealistica. “Se l’avessi proposta cinque o dieci anni fa, mi avrebbero detto che avevo perso il contatto con la realtà“, ha spiegato. Eppure, persino lui non immaginava che il dibattito politico potesse spingersi fino a ipotizzare pressioni economiche o militari sull’isola, come avvenuto durante la presidenza di Donald Trump, quando la Groenlandia entrò clamorosamente nel lessico politico internazionale.
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Quando la realtà diventa più estrema della narrazione
È qui che Borgen – Il potere solleva una domanda cruciale: come si scrive oggi una fiction politica quando la realtà sembra superare ogni limite narrativo? Price lo dice senza giri di parole: ciò che un tempo appariva estremo o bizzarro rischia di diventare normalità. Un problema enorme per chi fa racconto politico, perché la tensione drammatica – ingrediente essenziale della serialità – fatica a competere con l’assurdo del presente.

Il futuro della serie e la sfida di “rendere sexy” l’Europa
Guardando avanti, Price non esclude un ritorno della serie, che prende il nome dal soprannome del parlamento danese. Tra le idee sul tavolo, ce n’è una che suona quasi provocatoria: raccontare l’Unione Europea come un campo di battaglia emotivo e politico, capace di accendere passioni e conflitti. “La politica appare fredda, distante – spiega lo sceneggiatore –, ma bisogna trovare temi davvero esplosivi“. In fondo, è esattamente ciò che Borgen ha sempre fatto meglio.

Perché (ri)vedere Borgen – Il potere oggi
Le prime tre stagioni di Borgen sono disponibili su Netflix e, oggi più che mai, meritano di essere (ri)scoperte. Non solo come grande televisione europea, ma come strumento di lettura del presente, capace di spiegare dinamiche globali complesse con intelligenza, profondità e un raro senso della misura. In un’epoca in cui la politica reale sembra scritta da un autore troppo audace, Borgen resta un punto fermo: la prova che la fiction, quando è fatta bene, può arrivare prima della storia. ► GUARDA SU NETFLIX

